Trasparenza e microtransazioni: Diablo Immortal e Call of Duty Mobile nel mirino dell’AGCM
L’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (AGCM) ha recentemente avviato due procedimenti istruttori (PS13020 e PS13039) nei confronti della casa produttrice di videogiochi Activision Blizzard, con riferimento alla trasparenza informativa, alle modalità di commercializzazione e agli acquisti in-game nei suoi videogiochi free to play (cioè accessibili gratuitamente, ma fondati su meccanismi di monetizzazione integrati) Diablo Immortal e Call of Duty Mobile.
Le indagini dell’Autorità riguardano le presunte pratiche commerciali scorrette, ingannevoli e aggressive, nonché le possibili violazioni dei diritti contrattuali dei consumatori connesse ai sistemi di acquisto integrati nei due videogiochi, in particolare:
l’impiego di dark pattern, ossia strategie di design dell’interfaccia di gioco idonee a incentivare un utilizzo prolungato e reiterato del prodotto e ad orientare il consumatore verso l’adesione alle offerte commerciali senza una piena e consapevole valutazione;
l’utilizzo di valute virtuali intermedie, che renderebbe meno immediata la percezione del costo reale dei contenuti digitali, separando l’atto di acquisto dalla consapevolezza della spesa in moneta reale, anche attraverso meccanismi quali bundle (pacchetti di oggetti economicamente più convenienti rispetto all’acquisto singolo, spesso a tempo limitato) e loot box (pacchetti dal contenuto casuale, rivelato solo dopo l’acquisto);
le modalità di esercizio dei diritti da parte degli utenti, in particolare minorenni, considerato che le impostazioni predefinite dei giochi sembrerebbero privilegiare opzioni meno tutelanti, inducendo l’utente, sin dalla registrazione del proprio account, ad esempio a prestare il consenso al trattamento dei dati personali, anche per finalità di profilazione commerciale, nella convinzione di trovarsi di fronte a scelte obbligate;
l’inadeguatezza delle informative sui diritti contrattuali dell’utente, che apparirebbero idonee a indurlo a rinunciarvi inconsapevolmente, con il rischio, tra l’altro, di vedere bloccato o perdere l’account di gioco per decisione unilaterale del fornitore, senza adeguata motivazione, assistenza o possibilità di contraddittorio, con la conseguente perdita delle somme spese per i contenuti digitali acquistati.
Tali condotte potrebbero integrare pratiche commerciali scorrette e ingannevoli, soprattutto alla luce della particolare vulnerabilità dei destinatari: a differenza di altri prodotti, infatti, i videogiochi sono fruiti in larga misura da minori, circostanza che impone ai professionisti un livello più elevato di diligenza informativa nel rivolgersi a soggetti non pienamente consapevoli delle relative dinamiche economiche.
L’intervento dell’AGCM si colloca nell’ambito di una più ampia linea d’indirizzo volta al rafforzamento della tutela dei diritti dei videogiocatori e, in particolare, a delineare i limiti di liceità delle cosiddette “microtransazioni”: piccoli acquisti effettuati con denaro reale all’interno di applicazioni o videogiochi, finalizzati all’ottenimento di valuta virtuale, oggetti estetici (skin) o vantaggi competitivi (pay-to-win).
Tali meccanismi, specie nelle fasce di età più giovani, possono infatti favorire comportamenti di acquisto compulsivo, rendendo auspicabile una revisione delle architetture economiche dei videogiochi, sempre più esposti al rischio di trasformarsi in una trappola per l’utente finale, con possibili ricadute anche sul piano della dipendenza da gioco.