Con ordinanza dello scorso 9 maggio, il Tribunale di Milano, Sezione Specializzata in Materia di Impresa A, ha deciso in via cautelare una disputa insorta a ridosso dello scorso Salone Internazionale del Mobile tra due delle più importanti aziende italiane dell’arredo: Molteni & C. S.p.A. e Cassina S.p.A.

Molteni, insieme agli eredi del celebre designer e architetto Gio Ponti – di alcune delle cui opere è licenziataria – aveva chiesto al Tribunale di inibire in via d’urgenza a Cassina la produzione, la commercializzazione, la pubblicizzazione e la possibilità di presentarsi al pubblico come titolare del modello di poltrona 811 ideato da Ponti, raffigurata qui sotto; ciò dopo aver ricevuto una diffida da parte della stessa Cassina in cui questa rivendicava diritti sulla poltrona controversa, affermando che essa fosse stata ideata da Ponti su sua committenza.

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A sostegno del ricorso Molteni e gli eredi Ponti affermavano che la 811 gode della tutela di diritto d’autore ex art. 2(1)(10) l.d.a. e producevano documenti a dimostrazione della titolarità in capo a Ponti, e non a Cassina, dei diritti in questione: pubblicità, lettere e pubblicazioni risalenti agli anni ‘50 in cui la creazione della 811 era attribuita al designer, alcuni disegni del designer ad essa relativi e comunicazioni al tempo intercorse tra Ponti e Cassina. Evidenziavano inoltre che Cassina, che all’epoca era licenziataria di quei diritti, aveva corrisposto a Ponti royalty commisurate al numero di 811 vendute, e che la stessa, nel 2013 e nel 2016, aveva richiesto agli eredi Ponti una nuova licenza su alcuni modelli storici di poltrone ideate dal designer, tra cui quello controverso, per realizzarne riedizioni.

Ritenendo le pretese di Molteni sufficientemente fondate, in via provvisoria e urgente il Tribunale meneghino disponeva l’inibitoria richiesta nei confronti di Cassina con decreto inaudita altera parte. Si costituiva quindi Cassina, che chiedeva la revoca dell’inibitoria sostenendo tra l’altro che la 811 sarebbe stata frutto di una comunione creativa tra il designer e l’ufficio tecnico di Cassina, come dimostrato dalla sua presenza nel catalogo Cassina del ‘58 definito da Ponti in accordo con Cesare Cassina. In particolare, la 811 altro non sarebbe stata che una rielaborazione della poltrona 572 autonomamente ideata da Cassina, per cui, infatti, Ponti non aveva mai percepito royalty. Inoltre, sarebbero spettati a Cassina i diritti di sfruttamento economico della 811 a fronte del rapporto di commissione e/o di lavoro subordinato sussistente tra essa e Gio Ponti, direttore artistico dell’azienda dal ‘49 al ‘64. In aggiunta, rilevava anche di essere in possesso dei prototipi e delle matrici per la produzione della 811, circostanza da cui si sarebbe dovuta comunque desumere una definitiva cessione a suo favore del diritto di riproduzione della poltrona stessa. In ogni caso, Cassina sosteneva che comunque la 811 non possedesse i requisiti di creatività e artisticità richiesti per la tutela autoristica.

Con l’ordinanza in commento, il Tribunale ha rigettato le difese di Cassina e confermato l’inibitoria emessa in precedenza sulla base delle seguenti considerazioni. In primo luogo, secondo il Giudice la 811 gode di tutela di diritto d’autore: infatti, pur non essendo stati prodotti in giudizio riconoscimenti della critica e/o prove di sua esposizione in ambiti museali – indici normalmente utilizzati dai Tribunali per accertare il valore artistico dell’opera – il Giudice ha ritenuto che la poltrona possieda “un effettivo intrinseco valore di innovazione creativa e di connessa artisticità” tale da legittimarne la tutela, alla luce di diversi elementi indiziari quali: i) il fatto che entrambe le parti avessero riconosciuto l’esistenza di diritti d’autore sulla poltrona contesa (rivendicati espressamente anche dalla stessa Cassina in sede di diffida contro Molteni, benché poi negati nel corso del giudizio); ii) il costante inserimento della 811 da parte di soggetti terzi nell’archivio storico delle opere di Ponti; e iii) la vendita all’asta della poltrona in questione  a quotazioni ben maggiori rispetto al suo valore commerciale.

Il Tribunale ha poi stabilito che, non essendo stata data prova del rapporto di stretta collaborazione tra Ponti e l’ufficio tecnico di Cassina nell’ideazione della 811, i diritti sulla stessa spettano ai ricorrenti: tutti gli studi e le catalogazioni agli atti, infatti, riconoscono la paternità della 811 in capo a Ponti e nemmeno il catalogo Cassina del ’58 specifica in realtà le modalità di condivisione creativa del lavoro del designer con l’azienda. Peraltro, la poltrona 572 non può essere considerata modello base da cui Ponti partì per l’ideazione della 811, posto che dagli atti è emerso che base della 811, così come della stessa 572, è piuttosto un modello di poltrona (sempre denominato 811) commercializzato da Altamira dal 1951 a New York e ideato dallo stesso Ponti. Ciò trova conferma nel fatto che in un opuscolo di Cassina la 811 viene presentata come modello originario, mentre la 572 come rielaborazione compiuta dall’azienda. Da qui, secondo il Tribunale, al contrario di quanto accaduto per la 572, “deve dunque desumersi che il percorso creativo relativo ai modelli “811” si sia mantenuto costantemente nell’ambito della sfera di attività e di controllo dell’arch. Ponti, al di là del necessario rapporto di relazione con i tecnici” di Cassina.

Non è stata riscontrata, infine, prova né dell’asserito rapporto di committenza e/o lavoro subordinato tra il designer e Cassina, posto che “il solo fatto che all’epoca l’arch. Ponti operasse quale direttore artistico non conduce di per sé alla conclusione che la sua attività includesse anche la creazione di opere originariamente e specificamente destinate ad essere inserite nella produzione di Cassina”, né di un’ipotetica cessione definitiva dei diritti patrimoniali della 811 a favore di Cassina; cosa peraltro confermata dalle richieste di concessione in licenza avanzate da Cassina agli eredi Ponti nel 2013 e 2016.